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16/07/2026 ore 06.15
Attualità

Catanzaro e il suo patrono “migrante” e “queer”, parla il prof. Luigi Mariano Guzzo: «San Vitaliano è un Santo che unisce la città»

Un’analisi profonda che supera il folklore del 16 luglio per riscoprire il senso del "noi". Attraverso la lente del diritto e della sociologia delle religioni, emerge il ritratto di una figura storica straordinariamente moderna, capace di parlare alle nuove generazioni e di farsi scudo contro l’odio e le discriminazioni

di Bruno Mirante

In occasione delle celebrazioni per San Vitaliano, Catanzaro si interroga sulla propria identità, sospesa tra una secolare devozione popolare e le sfide di una società in continua evoluzione. Può un patrono storicamente considerato "straniero" diventare il simbolo di una comunità aperta, plurale e inclusiva? E qual è il confine tra il recupero delle radici storiche e il rischio di un semplice amarcord folcloristico?

Per rispondere a queste domande e analizzare il profondo legame tra fede, diritto e dinamiche sociali, abbiamo rivolto le nostre domande a Luigi Mariano Guzzo, professore di Diritto e religione e di Diritto canonico presso l’Università di Pisa e docente all’Istituto Universitario "Pratesi" di Soverato.

Professore Guzzo, partiamo da un paradosso tutto catanzarese. San Vitaliano è un patrono "straniero" e, storicamente, la sua figura ha vissuto alterne fortune nel cuore dei catanzaresi, divisi tra immensa devozione e momenti di distacco critico, ben documentati dagli studi storici e artistici di Oreste Sergi Pyrrò. Dal punto di vista del diritto e della sociologia delle religioni, come si è evoluto nel tempo il ruolo del santo patrono nel costruire la coscienza collettiva di una città? 

 «San Vitaliano potrebbe essere interpretato come un patrono imposto dai Normanni per contribuire alla latinizzazione di una Calabria bizantina. Agli occhi della fede, però, una simile scelta del patrono che appare prettamente “politica”, deve essere letta come provvidenziale. Per questo, non mi piace parlare di San Vitaliano come di un patrono “straniero”. Capisco che si tratta di un’immagine diffusa in parte della coscienza collettiva. Ma San Vitaliano non è “straniero”. Non lo è, perché una simile qualifica rientra in una logica esclusivista da abbandonare. Abbiamo abitato e abitiamo una comunità che ha trovato, e trova, nei flussi migratori una ricchezza da valorizzare, custodire e promuovere.

San Vitaliano è un patrono a suo modo “migrante”, che ha avuto la capacità di dare un contributo fondativo nella comunità che l’ha accolto. “Fondativo”, per l’appunto, perché la nostra Chiesa diocesana è stata fondata pure sulla testimonianza cristiana di Vitaliano e sotto questa testimonianza-segno viene, anno per anno, 16 luglio per 16 luglio, rifondata, trovando e ritrovando le ragioni della propria fede. Al punto che oggi avremmo difficoltà a definire la nostra coscienza collettiva senza “San Vitaliano”. Pensiamo, semplicemente, alla diffusione del nome alle nostre latitudini. Catanzaro non sarebbe com’è oggi senza San Vitaliano.

Gli studi di Oreste Sergi Pyrrò dimostrano anche come il rapporto tra San Vitaliano e la città di Catanzaro sia stato caratterizzato da una dimensione familiare, a tratti persino intima, ben al di là delle espressioni che assume spesso la pietà popolare. In uno dei suoi eccellenti articoli, il prof. Pyrrò ha paragonato la devozione dei catanzaresi a San Vitaliano a quella dei napoletani nei confronti di San Gennaro, definendo questa forma di devozione «antropologicamente confidenziale». Apprezzo molto questa definizione. Mi viene in mente il “fischietto di San Vitaliano”, il cui significato storico e antropologico è stato ben messo in evidenza pure nelle ricerche di Silvestro Bressi. Mi sentirei di affermare che una simile devozione a tratti “canzonatoria”, persino alle volte “irridente”, comunque mai volgare, sia stata la proiezione di un autentico legame di affetto. Succede anche a noi: ci prendiamo confidenza con una persona perché le vogliamo bene! Ecco, a me sembra che questa dinamica relazionale, tipica dei rapporti individuali, possa essere applicata pure a livello sociale. Una comunità che ha voluto bene a San Vitaliano negli anni, nei decenni, nei secoli, si è anche presa confidenza con lui, sviluppando un rapporto “orizzontale” con il suo Santo Patrono. Un rapporto quasi “paritario”, e significativo in quanto consente di unire in un abbraccio la terra con il cielo». 

Oggi, in una Catanzaro che cambia tra pluralismo culturale e nuove generazioni, la funzione identitaria del Santo patrono tiene ancora o rischia di diventare un semplice retaggio del passato?

«Non credo si corra il rischio di guardare alla festa del santo patrono come a un retaggio del passato. San Vitaliano non lo consente. La sua figura parla in chiave intergenerazionale, dai più anziani ai più giovani, come chiave di lettura culturale che invita a comprendere le radici ibride, meticciate, della coscienza collettiva in continua evoluzione. Un San Vitaliano che prima ho qualificato come “migrante” richiama a un viaggio, esistenziale e non solo geografico, che consente di essere uno specchio per la nostra Catanzaro. Una Catanzaro che aspira a essere una città aperta, multiculturale, attenta alle forme di marginalizzazione sociale. Una Catanzaro ancorata al presente e proiettata con fiducia verso il futuro. Una Catanzaro plurale, in continua evoluzione.

In questi giorni, la città si prepara al debutto del Pride. Al contempo, la Chiesa diocesana promuove per la prima volta una veglia di preghiera per il superamento di ogni discriminazione e dell’omobitransfobia, che il prossimo martedì sarà presieduta dall’arcivescovo Claudio Maniago. Stiamo facendo passi in avanti importanti che si realizzano sotto il segno di San Vitaliano, la cui figura, come sappiamo, è legata alla storia del santuario di Montevergine, considerato un punto di riferimento importante per la spiritualità della comunità LGBTQ+. Inoltre, come è noto, l’agiografia ci consegna a riguardo un episodio significativo: il nostro Vitaliano, da vescovo, è stato screditato, irriso e condannato per aver indossato abiti femminili con l’inganno. I suoi detrattori erano talmente ignoranti che hanno pensato di ridicolizzarlo e di colpevolizzarlo pubblicamente utilizzando lo stigma dell’erosione dei confini di genere. Insomma, San Vitaliano è stato vittima di odio e di discriminazione omobitransfobica. In lui si possono rivedere tutte quelle persone che ancora oggi subiscono forme di violenza basate sull’odio e sulla discriminazione per motivi di sesso, di orientamento sessuale e di genere. San Vitaliano non è un’immaginetta da sacrestia. È il Santo del riscatto, dell’orgoglio personale e comunitario, dell’affermazione della propria identità in chiave inclusiva e mai esclusiva. Non ho difficoltà a definire Vitaliano come un “Santo queer”. Le frammentate identità di ciascuno di noi trovano una proiezione nella plurima identità che San Vitaliano riesce a rappresentare e a contenere. Vitaliano è un santo di tutte e di tutti; e per tutti, credenti e non credenti».

Nel rivendicare il recupero dei festeggiamenti, il sindaco Fiorita ha detto che “Catanzaro ha un disperato bisogno di ritrovare momenti identitari forti” per accrescere la consapevolezza di comunità. Professore Guzzo, questo "disperato bisogno" di cui parla il sindaco è la risposta locale alle paure della globalizzazione e dello sfilacciamento sociale? Ma soprattutto: bastano le linee programmatiche di un'amministrazione comunale e il diritto a preservare questi valori, o c'è il rischio che, spenti i riflettori della festa e le bancarelle, Catanzaro torni a soffrire della solita frammentazione?

«Non possono essere le bancarelle a caratterizzare il 16 luglio. Il 16 luglio è una solennità liturgica, perché si fa memoria del patrono di Catanzaro che è anche patrono della nostra arcidiocesi, insieme ad Agazio, dopo la fusione con Squillace a seguito della riforma amministrativa ecclesiastica degli anni ’80. Solennità religiosa e festa civile, quindi. Avere consapevolezza di questa doppia prospettiva aiuta a superare il rischio di frammentazione sociale. La costruzione di identità esclusiviste produce frammentazione sociale. Ma San Vitaliano, come ho detto, contribuisce a definire una coscienza collettiva inclusiva. Prenderlo sul serio significa superare totalmente la logica dell’io per aprirci a una logica del noi. Come città non siamo, non dobbiamo essere, non dobbiamo diventare una massa di individui; siamo una comunità.

Qui sta anche il significato “politico” del nostro Santo Patrono. Per questo è importante sensibilizzare a nuovi studi e ricerche sulla storia e sull'agiografia di Vitaliano, come auspicava Cesare Mulè, che mi piace ricordare a cinque anni dalla morte. Il suo libro “San Vitaliano disvelato” (2009) rimane una lettura che considero imprescindibile per “disvelare” l’anima autentica della nostra città a partire dal suo patrono».