Fruizione culturale e Jova Party: storia di un cortocircuito
Il docente dell’UMG Domenico Bilotti affida alle nostre colonne considerazioni di base sui grandi concerti come quello di successo tenuto sabato scorso a Catanzaro
di Domenico Bilotti*
Ci sono cose che probabilmente non ci si può aspettare più da un concerto.
Un tour, ad esempio, è oggi assai improbabile ridefinisca un immaginario collettivo. Il che è storicamente successo poche volte: Madonna, U2, Queen, Jackson...
Un concerto da tempo non ha una istanza politica diretta. I Rage Against the Machine con uno show clandestino quanto affollato causarono una sospensione delle attività a Wall Street, la borsa più importante del mondo. Era un obiettivo politico.
E ci sono tournée che hanno segnato una cultura musicale. In Calabria abbiamo visto le ultime date di De Andrè: un uomo consumato e contemporaneamente un talento creativo che aveva ancora tanto da dire e dare.
Jovanotti vuole giocare e gioca un'altra lega e non c'entra molto la differenza tra impegno e intrattenimento. Ha un canzoniere di almeno venti/venticinque brani conosciutissimi. Suona davanti a trentamila persone a notte: è la metà di un grande stadio. È un evento, che coi suoi numeri e le sue funzioni riesce benissimo.
I disagi di spettacoli di questa scala non sono affatto ignoti e non li inventa certo Cherubini: il costo dei biglietti per i grandi palchi è schizzato; la viabilità territoriale subisce un impatto di congestione; il merchandising e il beverage nelle arene è a sua volta costoso. Il grande spettacolo comprime e forse sopprime la rete locale che gli sta dietro.
Crediamo sia colpa di Catanzaro, della Calabria, di Jovanotti? Siamo seri: le stesse cose succedono nei quartieri di ippodromo e San Siro a Milano. È la ragione per cui a Firenze si usa ormai pochissimo il Franchi; a Venezia il Penzo è risparmiato a favore del Bentegodi a Verona, dell'Arena, o nei mesi al chiuso dal Geox a Padova.
Da "detrattori" dovremmo aver imparato la lezione.
Quando Jovanotti inventò la tournée nelle spiagge erano chiari altri e più specifici limiti "etici" e organizzativi. L'apparente attenzione ambientale per eventi in realtà di grande dispendio energetico, ad esempio. Pochi tour al mondo programmano di risparmiare energia a fini ecologici: i Coldplay, i Pearl Jam. Il green washing dell'economia di mercato è un fenomeno già molto studiato. Le famigerate maestranze dell'industria musicale sono tra le più precarie e svantaggiate categorie odierne del lavoro: attrezzisti, montapalchi, fonici. E peraltro in condizioni ambientali e infrastrutturali proibitive.
La verità nuda e cruda è che il cantante Jovanotti è uno dei cinque/sei draghi di questa proposta musicale oggi in Italia. Non inventa, non risolve. Allestisce due ore e oltre di spettacolo con regole date, che gli prescindono e che non mette in discussione.
Se volessimo essere incisivi, dovremmo piuttosto chiederci come cambiare da dentro l'offerta di cultura, e anche di cultura musicale.
In Piemonte, Umbria, Campania, in parte la stessa Calabria, si muove un tentativo di scoprire venue meno onnivore di stadi e grandi palchi. È ancora una fetta di mercato troppo piccola: va incentivata. Si può suonare a Paestum senza distruggere gli scavi. Si può suonare nell'entroterra scoprendo posti e rendendoli raggiungibili e meno impervi. Esiste una rete fondamentale di musica dal vivo che non è solo quella degli eventi che si misurano in decine di migliaia. Se ci fermiamo a criticare Jovanotti, che è in realtà l'intrattenitore che fa più che adeguatamente ciò che corrisponde alla sua offerta, ci stiamo lamentando senza cambiare.
Guardiamo male quello che ci piace di meno, ma non facciamo nulla a beneficio di ciò che ci piacerebbe. Non studiamo alternative al caro prezzi, non promuoviamo forme differenti di arte e cultura, non diamo spazio e progetto a quella stessa programmazione musicale e progettazione culturale che vorremmo di trecentosessantacinque giorni e su tutti i punti cardinali.
E vale la pena dire che si tratta di tre cose molto più importanti che dare addosso a un evento singolo: la mentalità entro cui quello avviene la definiamo noi giorno per giorno. Senza accorgercene a monte e accorgendocene invece a valle. Dimentichiamo cioè la vocazione dell'arte che, come la fidanzata di una celebre canzone proprio di Jovanotti, trasforma "pomeriggi in un capolavoro". Dobbiamo imparare a concedergliene, di quei pomeriggi.
*docente Università Magna Graecia di Catanzaro