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24/07/2026 ore 14.47
Attualità

Il falso mito del pugno di ferro e la crisi del sistema minorile: l'insidia della presunzione di imputabilità

L'elemento di maggiore preoccupazione riguarda l'impatto a lungo termine di questa trasformazione. Indebolire il riconoscimento delle peculiarità dell'adolescenza spiana la strada a una progressiva destrutturazione delle garanzie del minore, ponendo i presupposti per una contrazione, tout court, del limite d'età per l'imputabilità

di Rita Tulelli*

L'impianto normativo varato di recente dal Governo rappresenta un arretramento teorico e concettuale che l'avvocatura penalista ha il dovere morale di denunciare. Estendere ai ragazzi tra i 14 e i 18 anni la presunzione automatica della capacità di intendere e di volere, un meccanismo storicamente applicato unicamente alla sfera degli adulti, equivale a scardinare le fondamenta costituzionali e la logica profonda dell'ordinamento minorile.

Come giustamente evidenziato dal direttivo dell'Unione delle Camere Penali Italiane, declassare la verifica d'ufficio sullo sviluppo evolutivo del giovane a una semplice opzione discrezionale del giudice vuol dire negare la complessa dimensione biologica e sociale della crescita. La legislazione penale del 1930 e la visione pionieristica della procedura penale minorile del 1988 muovono da un caposaldo irrinunciabile: la personalità non ancora strutturata del giovane esige un'analisi meticolosa, personalizzata e concreta per stabilire se vi sia stata un'effettiva percezione del disvalore sociale dell'illecito.

Uniformare la figura del giovanissimo a quella dell'adulto mediante un artifizio legale non garantisce affatto la giustizia, ma segna il fallimento della finalità rieducativa del trattamento sanzionatorio, espressamente prevista dall'art. 27 della Costituzione. Siamo di fronte a un'ulteriore manifestazione di quel fenomeno noto come panpenalismo di facciata, inaugurato con il "decreto Caivano" e sfociato in una manovra propagandistica contro la criminalità giovanile, caratterizzata da un'esibizione muscolare del potere rivolta unicamente alla pancia del Paese, che scambia la vera tutela dei cittadini con l'illusione della sicurezza.

A rendere tale mossa legislativa priva di fondamento è la sua evidente incoerenza rispetto ai fatti. I numeri ufficiali del Dipartimento per la Giustizia Minorile mostrano, senza ombra di dubbio, come i proscioglimenti per immaturità costituiscano una frazione irrilevante della totalità dei procedimenti a livello nazionale. Non sussiste, di conseguenza, alcuna reale emergenza pratica capace di giustificare un tale ridimensionamento delle tutele fondamentali del minore.

L'elemento di maggiore preoccupazione riguarda l'impatto a lungo termine di questa trasformazione. Indebolire il riconoscimento delle peculiarità dell'adolescenza spiana la strada a una progressiva destrutturazione delle garanzie del minore, ponendo i presupposti per una contrazione, tout court, del limite d'età per l'imputabilità.

La solidità della democrazia e della civiltà giuridica di un Paese non si dimostra nell'infliggere punizioni severe equiparando i ragazzi agli adulti, ma nella capacità di predisporre percorsi sanzionatori e pedagogici adeguati, modellati sull'estrema delicatezza dell'età evolutiva. Rimpiazzare l'esame analitico del singolo profilo con una generalizzata presunzione di maturità è soltanto un espediente demagogico a costo zero, capace unicamente di privare di senso l'essenza costituzionale della giustizia minorile.

*Avv. e Criminologa
Presidente dell'associazione "Universo Minori"