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16/07/2026 ore 08.19
Attualità

«Non cessare, ti prego di soccorrere la supplice Catanzaro»: Vitaliano di Capua, un Santo protettore "imposto" alla città

Il complesso rapporto tra il santo vescovo (XXV presule nella cronotassi della diocesi di Capua) vissuto tra il VII e l'VIII secolo d.C. e la sua città d'adozione va ben oltre la dimensione puramente religiosa, rivelando profondi risvolti storici

di Oreste Sergi Pirrò*

«Pari 'a san Bitalianu sdignàtu». Basterebbe questo celebre detto per mostrare come, forse solo a Catanzaro - dopo Napoli con il suo San Gennaro -, il legame tra la cittadinanza e il santo protettore assuma toni confidenziali che sfidano la più canonica e ortodossa devozione. Il popolino lo ha spesso apostrofato come patrono dei "forestieri" (in riferimento alla ricca comunità di mercanti amalfitani e siciliani stabilitisi in città fin dal XII secolo) o, addirittura, come ladro e figura poco "raccomandabile" per via di alcuni coloriti aneddoti agiografici, che ne giustificherebbero l'iconografia a mezzo busto e senza braccia. In realtà, il complesso rapporto tra il santo vescovo (XXV presule nella cronotassi della diocesi di Capua) vissuto tra il VII e l'VIII secolo d.C. e la sua città d'adozione va ben oltre la dimensione puramente religiosa, rivelando profondi risvolti storici. Non è un caso, infatti, se anche san Vitaliano - secondo una tradizione radicata nel meridione e, in particolare, in Calabria - ricada nella leggenda dei sette fratelli, tutti santi, giunti dalla Francia o dall'Oriente a seconda che fossero di stirpe reale, "centurioni" o vescovi; una leggenda nella quale, come già accade per sant'Agazio a Squillace, san Dionigi a Crotone e molti altri, Vitaliano risulta "apparentato", ad esempio, a san Nicola, san Biagio, san Gennaro e altri importanti santi mitrati. La diocesi di Catanzaro è tra le meno antiche rispetto alle altre chiese consorelle calabresi. Sebbene alcuni studiosi ne collochino l'origine all'epoca di Leon Grande, vescovo di Paleopoli sotto papa Adriano I (772-795), la tradizione ne fissa l'istituzione nel 1122 per opera di papa Callisto II.

In quell'occasione il pontefice, nel sancire la pace tra Guglielmo d'Altavilla e Ruggero II di Sicilia, consacrò la Cattedrale cittadina dedicandola alla “Deiparae Virgini Assumptae” e ai santi Pietro e Paolo. Callisto II la arricchì non solo di «speciali e infinite indulgenze», ma anche di insigni reliquie; tra queste figuravano i corpi di S. Ireneo e di S. Fortunato – già patroni della città bizantina – e le spoglie del santo vescovo di Capua, Vitaliano, da quel momento eletto Civitatis Catacii Principalis Patronus. Questo scenario non deve sorprendere. La decisione papale di "imporre" alla città un nuovo patrono, un vescovo di rito latino, va interpretata come un "atto pastorale" che segnava il definitivo passaggio della nuova diocesi catanzarese sotto l'influenza della Chiesa di Roma. Un passaggio che manteneva comunque un filo di continuità con la tradizione d'Oriente nella figura di S. Fortunato, vescovo di Todi, e soprattutto nel santo martire Ireneo vescovo di Lione. Quest'ultimo, figura di spicco formatasi alla scuola di S. Policarpo (discepolo diretto di Giovanni l'Evangelista), fu il primo teologo cristiano a teorizzare il principio della successione apostolica. Si trattò quindi di un atto dal forte valore politico, forse ancor più che spirituale, come rilevato da diversi autori e, in particolare, dal gesuita padre Francesco Dé Franchi il quale, in una sua cronaca del 1709, evidenzia che «nel 1120 Callisto II Sommo Pontefice passò a Benevento, e di là nel 1121, in Avellino con 28 Cardinali, e molti Prelati, visitò N. Donna di Monte Vergine, e ’l Corpo di San Vitaliano. Ritornato ad Avellino, di quà per Salerno passó in Calabria, per pacificare Guglielmo Duca di Puglia e di Calabria con Rogero Conte di Sicilia. Giunto in Catanzaro consecrò la Chiesa Madre di quella Città à prieghi del suo Conte Goffredo di Loritello, coll’assistenza de' medesimi Cardinali, unì a quella Chiesa il Vescovado di Taverna; e le fe dono del Corpo di San Vitaliano, che i Cittadini di Catanzaro con la licenza del Pontefice da Monte Vergine si presero, e trasferitolo nella Cattedrale della loro Cittá, l'elessero loro Padrone; da cui sono favoriti con grandi miracoli»1.

Miracoli che nei secoli non tardarono a manifestarsi, come quello del "capomassa" Panedigrano, al secolo Nicola Gualtieri. Questi, nel 1806, a capo di un'orda di uomini composta da duemila briganti, minacciò il sindaco del tempo, il marchese Bernardo De Riso, di saccheggiare la città se non gli avesse consegnato un'ingente somma di denaro e di viveri. Durante la notte, un gran bagliore destò il sanguinario Panedigrano il quale, come riporta Luigi Gimaldi nella biografia scritta intorno alla figura del De Riso, mentre insonne contemplava «la città che l'indomani doveva essere preda del saccheggio... vide farglisi innanzi un vecchio dalla lunga barba con mitra e la croce nelle mani. Sbigottito a quell'apparizione, il Panedigrano si inginocchiò facendosi il segno della croce. E allora l'ombra del vecchio gli disse "Parti, ritorna indietro, non varcare le porte della mia città" e disparve». Ma l’amore del Vescovo Protettore verso Catanzaro si manifestò soprattutto a seguito delle ferventi richieste d’intercessione al Santo da parte del popolo per essere costantemente protetto dal terremoto. Singolare fu, nello specifico, la richiesta avanzata da Mons. Matteo Franco al Decurionato cittadino all'indomani del sisma del 1832: elevare San Emidio d'Ascoli, protettore contro i terremoti, a compatrono di Catanzaro. La risposta del Decurionato, firmata dall'allora "Sindaco Presidente" Salvatore Ferrari, non tardò ad arrivare e il 17 maggio 1832, "dietro matura discussione", il Decurionato dichiarò quanto segue: «Considerando che la Città di Catanzaro da Secoli ha la Gloria di essere sotto il patrocinio di S. Vitaliano Vescovo di Capua che da tutti i Cittadini si è reputato come il di loro Protettore specialmente per renderli incolumi dalle funeste conseguenze dei tremuoti – che il Santo Vescovo arridendo alle fervide preghiere dei buoni Catanzaresi in varie difficili emergenze ha disteso la potente mano sulla Città affidata alla sua tutela, e perciò la devozione in ver lui si è talmente accresciuta che non avvi persona di qualsivoglia Ceto od età che si dimostri indifferente ad un culto che si è succhiato col latte, e che si è reso più sacro, trasmettendosi dagli Avi ai Nipoti. Che quantunque lodevol cosa sia nei bisogni della vita chiedere l’aiuto di tutti i Santi, e particolarmente nella occasione dei Tremuoti, umilmente, e con cuore contrito invocare il Santo Vescovo d’Ascoli, pure ciò potendosi fare liberamente dai Cittadini, l’Autorità locale non deve prendersi alcuna ingerenza. Di fatti il Popolo sinistramente potrebbe interpretare ogni novità nelle Sue abitudini quasi che sperimentato si fosse poco efficace il patrocinio del Santo Capuano, o si osasse infievolire la divozione che pel medesimo da tutti gelosamente si custodisce».

Tutt’oggi, a distanza di circa un millennio, i fedeli e il clero, durante la novena, rinnovano e rivolgono al Santo questa specifica supplica attraverso alcune strofe del popolare inno “Almo Pastor” che, nell’antica versione del 1877, così recita: «Per sotterraneo fuoco, tremi concusso il suolo; tu sei dall’alto polo, che impetri a noi pietà. Nelle regioni intorno crollan palagi e templi, ma ben si tristi esempi tu sai da noi sgombrar. Visibile dal cielo tu protettor discendi, e le tue mani stendi su questa tua città». Fu proprio a seguito del violento sisma del 27 marzo 1638 che il vescovo pro tempore e la città vollero istituire la festa del patrocinio che, fino alla seconda guerra mondiale, si aggiungeva a quella solenne del 16 luglio, memoria del dies natalis, e a quella del 28 dicembre in ricordo della Traslazione delle SS. Reliquie. Le prime due processioni, nello specifico, furono oggetto, nel 1864, di una curiosa querelle che vide in prima linea il Municipio il quale, facendosi portavoce dei cittadini dei diversi rioni, richiese a mons. Raffaele De Franco di voler regolare le due processioni che nelle suddette festività, il 16 luglio in maniera solenne e il 27 marzo in maniera più sobria, percorrevano, in quelle date ed in maniera fissa e non alternata, rispettivamente, la parte occidentale ed orientale della città. Il 15 ottobre 1864, accolto anche il parere favorevole del Capitolo Cattedrale, il presule provvide, con bolla, ad istituire il giro alternato a scadenza annuale dei due cortei poiché, come ebbe a scrivere il De Franco «ciò appalesa sempreppiù verso il S. N.ro Patrono la fervida devozione dé Catanzaresi, li quali perciò meritano di essere secondati». Numerose immagini d’archivio testimoniano la solennità di quelle processioni, nelle quali è possibile scorgere i Canonici più anziani che, come da consuetudine, indossando piviale e mitra portavano a spalla il prezioso busto reliquiario in argento del santo. Intorno a questo secolare rito, ormai andato perduto, la storia accomuna la devozione per san Vitaliano a quella per altri patroni, come Sant'Agazio a Squillace. Secondo un’antica credenza, infatti, durante le solenni processioni il busto reliquiario si lasciava trasportare esclusivamente dai canonici: se altri avessero provato a sollevarlo, il simulacro sarebbe diventato così pesante da vanificare ogni sforzo. Proprio per via di questa credenza - rimasta viva fino alla seconda guerra mondiale - il mezzo busto veniva rigorosamente portato a spalla da quattro da quattro canonici mitrati. L’importante scultura2, manufatto straordinario dell’oreficeria napoletana dell’ultima fase del XVI sec., fu realizzato a seguito dei ben noti fatti che documentano nel 1583, sotto il vescovato di Nicola de Orazi, la “inventio” delle reliquie di s. Vitaliano e dei compatroni Ireneo e Fortunato, a causa di un crollo all’interno della cappella patronale. Sappiamo, infatti, dalla visita ad limina del 1611 di mons. Pisculli, che la cappella era decorata da «una insigne Icona del Santo eseguita nella città di Napoli per la cui fattura e trasporto erano stati spesi 400 scudi d’oro raccolti tra i fedeli»3. Una recente lettura e ricognizione, da parte di chi scrive, dei punzoni sul busto del santo, alcuni dei quali impressi in maniera nitida, confermerebbero non solo la datazione al periodo in oggetto, comprovato dal bollo camerale «NAPL» con corona a caratteri latini staccati, caratteristiche queste comuni a quelli in uso per tutto il Cinquecento, ma anche di poter affiancare il punzone del console alle iniziali «G.L.C.», inscritto in campo rettangolare con probabile riferimento alla figura dell’argentiere Giliberto Lelio4 .

Quest’ultimo bollo consolare, come rilevato da Elio e Corrado Catello, insieme con altri punzoni documentati tra il 1550 ed il 1600, è stato rilevato, insieme al suddetto marchio camerale, in molti argenti della sagrestia della basilica di S. Nicola in Bari oltre che sul braccio reliquiario di S. Mauro presso il convento di S. Gregorio Armeno in Napoli; gli stessi attribuiscono allo stesso Lelio la più tarda S. Barbara realizzata, nel 1607, per l’Annunziata di Napoli. Più difficoltosa da sciogliere, invece, l'assegnazione del punzone del maestro argentiere, le cui iniziali «BG», inscritte in un campo rettangolare, non hanno trovato, allo stato attuale, alcuna attribuzione. Il busto catanzarese, sebbene riportò danni dal bombardamento aereo, grazie al restauro voluto da mons Giovanni Fiorentini (1919 - 1956) ed effettuato, su incarico del presule, dagli «orefici di Rimini Sig. Capitano Brioli Francesco e Sig. Burnazzo»5, mantenne integre sia le fattezze severe del volto sia gli eleganti motivi esornativi - sbalzati, incisi e cesellati - dei suoi attributi vescovili, la mitra e il piviale, per i quali si riuscì a recuperare anche la leggera patina dorata dell’epoca. Nella visita ad limina di mons. Consalvo Caputo del 1634, il presule annota, infatti, che in «festum Sancti Vitaliani celebratur die 16 Mensis Julji et fit solemnis processio per Civitatem, et reliquiae deferuntur in vase seu corpore argenteo deaurato cum maxima venerazione totius Populi dictae Civitatis, et Circumvicinorum»6. Quest’ultimi elementi rendono convincente il confronto con il busto reliquiario di S. Macario, patrono di Oliveto Citra (SA). Sebbene il busto campano presenti una decorazione del piviale più complessa, legata ad elementi precedenti più vicini a modelli decorativi di primo Cinquecento, che lo accomuna al busto reliquiario di S. Gregorio Nazianzeno della Cattedrale di Cosenza, tuttavia, l’accentuato carattere fisiognomico, la ferma trattazione del volto e della barba e alcuni elementi formali, quali il ‘pileolum’7 al disotto della mitra nonché il motivo esornativo e la tipologia dei castoni delle gemme sulla stessa, lo accomunano, in maniera convincente, al S. Vitaliano della Cattedrale di Catanzaro8. E, in un certo senso, ancora oggi, ogni 16 luglio, è proprio quel busto a farsi interprete della più autentica devozione cittadina. Sebbene le fattezze di Vitaliano, impresse nel freddo argento, assumano tratti duri e rigorosi fino a farlo apparire "sdignàtu", l'opera rinnova visibilmente quel patto d'amore paterno e filiale con la sua città; una Catanzaro che, confidenzialmente, continua a rivolgergli l'antica supplica: «ne, queaso, cesses supplici Catacio succurrere, cunctisque, corde simplici qui Te Patronum postulant» — non cessare, ti prego, di soccorrere la supplice Catanzaro e tutti coloro che, con cuore semplice, ti invocano come Patrono.

*architetto, storico, ricercatore

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1F. DÉ FRANCHI, Avellino illustrato da’ santi e da’ santuari, Napoli, Stamp. G. Raiilard, 1709, p. 14.

2Cfr. G. LEONE, La cultura artistica nell’antica diocesi di Catanzaro tra Cinquecento e Seicento, in Gregorio Preti. Da Taverna a Roma 1603 - 1672, a cura di C. CARLINO, Reggio Calabria, Iiriti, 2003, pp. 15 - 55.

3A. CANTISANI, VESCOVI A CATANZARO (1582-1686), la rondine, Catanzaro, 2016, pp. 95-96.

4E. CATELLO - C. CATELLO, Scultura in argento nel Sei e Settecento a Napoli, Napoli, Di Mauro, 2000, p. 20.

5Cfr. O. SERGI, Il busto di san Vitaliano: cronaca di un restauro. Il 16 luglio 1944, dopo il bombardamento dell’agosto 1943, le spoglie del santo patrono passano in processione per le vie della città di Catanzaro, in «Obiettivo Calabria», XLVIII, 6, 2010, pp. 52 - 55.

6Biblioteca Arcivescovile di Catanzaro, Visita ad limina, Consalvo Caputo, 1634, f. 10v.

7Il pileolus era indossato sotto la mitra e, nella foggia cinquecentesca, copriva tutta la parte occipitale del capo ed aveva, sui due lati, due prolungamenti che lambivano le orecchie, cfr. G. BRAUN, I paramenti sacri loro uso storia e simbolismo, Torino, Tipografia Pontificia e della Sacra Congregazione dei Riti, 1914, p.164.

8Cfr. O. SERGI, Ecclesia mater et maior: la cattedrale e i vescovi. L’edificio, il corredo, il tesoro, nelle collezioni dei musei diocesani di Catanzaro e Squillace, in Le arti tra storia culto e committenza nell’antica Diocesi di Catanzaro - Squillace, a cura di O. SERGI, Catanzaro, ed. MUDAS, 2014, pp. 20 - 22.