Oltre la sentenza: storia di Alaa Faraj, una vicenda giudiziaria che ci interroga tutti
Presentato nel Carcere Minorile di Catanzaro, alla presenza del protagonista, il libro “Perchè ero ragazzo”, un giovane libico partito per migliori fortune ed accusato di essere scafista dopo un tragico naufragio
di Francesco Iacopino*
Nell’agosto del 2015 la Libia è un paese lacerato dalla guerra civile. A poche centinaia di chilometri dall’Italia — appena un’ora di volo — Alaa ha vent’anni. È uno studente di ingegneria, una promessa del calcio libico, un ragazzo che porta addosso il peso e la luce delle aspettative di una famiglia che ha creduto nei suoi sogni.
Il suo sogno ha una direzione precisa: l’Italia, un nuovo inizio, la possibilità concreta di un futuro diverso. Ma ottenere un visto è impossibile, i canali umanitari non esistono. Resta solo la via più disperata e pericolosa: un barcone, insieme a due amici, anche loro giovani calciatori.
In quella traversata che sarebbe diventata una ferita nella memoria collettiva, 49 persone muoiono soffocate nella stiva. I giornali la chiameranno “la strage di Ferragosto”. Alaa viene accusato di essere uno degli scafisti. Da anni ribadisce la sua innocenza. Ha accettato il ruolo del detenuto, ma non ha mai accettato quello del criminale.
In carcere comincia a scrivere.
Un italiano imparato tra le celle, fragile e sorprendentemente limpido, attraversato da ironia, stupore e da una fiducia ostinata nella possibilità di essere ascoltato. Scrive lettere, una dopo l’altra, indirizzandole ad Alessandra Sciurba, conosciuta durante un laboratorio in prigione, che da allora è diventata la sua voce e il suo ponte verso l’esterno.
Da quelle lettere nasce “Perché ero ragazzo”: il racconto di un viaggio fatto di speranze e pericoli, di mare e di morte, di arresto e condanna, dei primi dieci anni di carcere. Ma anche la cronaca interiore di una resistenza quotidiana: lo studio, gli incontri che salvano, la paura che ritorna, la frustrazione che non smette di bussare — e insieme una sorprendente, quasi disarmante fiducia nello Stato, nella giustizia, nella verità.
La sua vicenda ha attraversato scrittori e artisti, attivisti come don Ciotti, giornalisti d’inchiesta, trasmissioni televisive e quotidiani nazionali. Un’attenzione che non si è mai spenta. Più di tremila persone, negli ultimi dieci anni, sono state arrestate in Italia con l’accusa di “scafismo”, spesso definite dai giudici come “l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio del traffico di vite umane”, mentre i veri trafficanti restano lontani, protetti, invisibili.
Il senso del processo
È una storia che interroga profondamente il senso delle regole del processo e la loro natura essenziale. Il procedimento e il processo non sono un insieme di formalità, ma il presidio che protegge dall’arbitrio e dalla tentazione della condanna sommaria. Sono la barriera contro ogni scorciatoia del giudizio, contro la sostituzione della verifica rigorosa dei fatti con la suggestione della percezione o la fretta della convinzione. E ricordano, con forza silenziosa, che le garanzie non sono un ostacolo alla verità, ma argini edificati per ridurre il tasso di fallibilità della giustizia umana.
Il libro di Alaa Faraj, libero da appena tre giorni e in attesa del giudizio di revisione, è stato presentato nell’Istituto Penale per i Minorenni di Catanzaro, alla presenza dell’autore.
Un incontro – organizzato dall’Università Magna Graecia e dalla Camera penale di Catanzaro – che ha avuto il passo delle cose necessarie, di quelle che non si esauriscono in un evento ma diventano esperienza condivisa. Un grazie profondo alla professoressa Elena Andolina, che ha curato con straordinaria sensibilità questo momento, e a tutti coloro che vi hanno partecipato e lo hanno reso possibile: Alessandra Sciurba, Caterina Schiaccianoci, Charlie Barnao, Francesco Pellegrino, Massimo Martelli e, soprattutto, il protagonista: Alaa Faraj.
Un ringraziamento sincero anche agli studenti universitari presenti, che hanno saputo incontrare i ragazzi dell’istituto non da lontano, ma dentro uno spazio autentico di ascolto e dialogo.
Dialogo tra due ‘mondi’
Per qualche ora, tra quelle mura, si è aperto un varco. Non un semplice incontro, ma un passaggio: tra mondi che raramente si sfiorano, tra linguaggi diversi che per un momento si sono compresi, tra la distanza e la possibilità.
E in quel varco, ancora una volta, la storia di Alaa ha ricordato che non tutto ciò che viene giudicato è davvero concluso: alcune vicende restano aperte nella coscienza di chi le incontra, e continuano a chiedere verità e, soprattutto, giustizia, perché verità e giustizia non sempre coincidono. E proprio in questa distanza si misura il grado di maturità della nostra democrazia e della nostra civiltà del diritto.
*Presidente della Camera penale “Alfredo Cantàfora” di Catanzaro