Pezzi di uomo e conchiglie intere
Un’analisi potente e amara a firma del professore di diritto ecclesiastico e canonico dell’Umg di Catanzaro Domenico Bilotti che muove dal contrasto tra la perfezione di una conchiglia superstite e l’orrore di corpi smembrati restituiti dalle burrasche calabresi
Qualche giorno dopo la tremenda alluvione che mise in ginocchio il quartiere marittimo notavo con sorpresa che in una zona non particolarmente varia per conformazione delle conchiglie, nonostante le onde ancora grosse e tempestose, alcune di quelle stesse conchiglie fossero pervenute pressoché intatte sui muriccioli ammuffiti e sui bordi divelti. Persino conchiglie non tipicamente proprie di queste coste. Spesso non capita nemmeno sulla battigia estiva, quando il mare è placido e la restituzione dal suo ventre salato è paziente, rallentata, mite. Lì ancora una volta misurammo il cuore di chi aveva aiutato in prima persona (una misura che i parametri di ragione non sempre riconoscono) e ancora di più e ancora prima le responsabilità di mala accortezza, se non di mala fede, di ogni volta in cui il disastro si dimostra per quello che è: la somma perfetta di caso e di causa.
Mi tornano queste immagini leggendo di due inquietanti ritrovamenti di queste ultime giornate, uno nei pressi di Scalea e uno di Amantea, cioè proprio il confine tirrenico tra le due province di Cosenza e Catanzaro. Dopo giorni di burrasca, onde alte e lastricati mangiati praticamente fino al tracciato della ferrovia, due macabre scoperte: pezzi di corpi umani talmente imbottiti d’acqua che a distanza, per i primi scopritori, apparivano “tronchi anomali”. Descrizione sincera e disarmante: carne putrida fino a perdere colore, fluttuante nei mulinelli del mare e infine spiaggiata insieme a detriti piccoli e grossi di ogni maledetto temporale.
Le nostre cronache (e in ciò non difetta il Mar Ionio) hanno non così raramente evidenziato tragiche apparizioni simili: a volte si è dato nome al corpo di suicidi e più spesso di scomparsi e dispersi che non si sapeva che fine avessero fatto e invece erano proprio lì, nel loro loculo di mare sconfinato. A quel che appariva dai riscontri epidermici, dalla “prima vista” di ciò che rimane, stavolta dovrebbe trattarsi di migranti cui sarà difficile restituire almeno l’identificazione dell’anagrafe. Sono tristemente abituate, quelle salme, a vagare senza nome, come fantasmi e anime dannate. Le migrazioni via mare hanno questa ulteriore sconcezza: quanto se ne censisce in concreto non rappresenta davvero chiunque faccia le rotte mediterranee in cerca di qualcosa. Eserciti silenziosi ingoiati dall’indifferenza e dall’anonimato prima che dallo scafo e dall’onda.
Un tumulto silenzioso, dicevamo, e osceno, rispetto al quale alcune proposte fanno sorridere, se non ci fosse da indignarsi. Ad esempio, nei giorni passati ha avuto un traino mediatico finanche superiore al suo consenso l’idea della “remigrazione”: commentata, dai suoi stessi fautori, come un “rispedire” ai Paesi d’origine in presenza di certe condizioni oggettive che lasciano oceani (è il caso di dire) di discrezionalità soggettive.
Il fatto che le comunità migratorie siano mal integrate nei tessuti urbani e l’esasperazione sociale (ma per cause un pochino più scomode e un pochino meno dicibili) di chi quei tessuti urbani vive da “autoctono” non devono aver aiutato a mantenere testa lucida e pensiero critico. Rispetto alla domanda di spostamento e mobilità per le condizioni di vita ogni caricatura di riaccompagnamento del migrante o dello straniero tout court, anche non migrante, alla propria casa (se esiste), quasi si trattasse di un Pinocchio catturato da gendarmi, sembra in radice destituita di qualsivoglia possibilità pratica ed effettiva. Il che di sicuro non è un male, ma anche se lo fosse, ma anche se si mettesse questa situazione nero su bianco … ma cosa allevierebbe davvero? Stiamo ridiventando, più mimeticamente e forse meno drammaticamente, un popolo che si sposta verso l’estero e l’esterno: salute, stipendio, famiglia tra le primissime cause. Cioè: cura, redditi, affetti. Cioè: quelle cose eterne dei bisogni umani naturali e sociali che rendono inattendibile l’incrinatura tra migranti “economici” e migranti in cerca di rifugio, persino sotto il piano giuridico: come scrivere i confini, come fissare le conseguenze, ancor prima di scegliere se filtrare o non filtrare? E, ripetiamo, ma si tratta di fondi di caffè? Non sia mai un qualche lungomare distante tornerà a vederci apparire in piccoli tronchi smembrati, insieme a conchiglie perfettamente intatte … vedremo in noi quel che abbiamo scelto di non saper vedere nelle scomparse altrui.
*professore di diritto ecclesiastico e canonico Umg Catanzaro