Tra i boschi del Catanzarese la natura diventa una scuola di rinascita, l’esperta Valentino: «Nulla è davvero uno scarto»
Tra le iniziative più significative svoltesi nei giorni scorsi il percorso educativo condotto da Linea Selvatica, protagonista del progetto "R3 – Riduco, Riuso, Riciclo" realizzato nell'ambito del Festival MadreTerra.InterCOOLtura – Alberincanti”, all'interno della Comunità Ministeriale con annesso Centro Diurno Polifunzionale di Catanzaro
Non solo educazione ambientale, ma anche un'esperienza capace di intrecciare creatività, responsabilità e crescita personale. È questo il cuore di "R3 – Riduco, Riuso, Riciclo", il progetto realizzato dall'associazione Linea Selvatica, nell'ambito del Festival MadreTerra.InterCOOLtura – Alberincanti.
Promosso dal P.I.C. Cassiodoro in partnership con Kalabria 2001 e Beroe Editore, e finanziato attraverso l'Avviso "Attività Culturali – Annualità 2025" con risorse POC Calabria 2014/2020 – Azione 6.8.3, il festival propone una nuova narrazione del territorio catanzarese a partire dal patrimonio naturale.
Tra le iniziative più significative, appunto, il percorso educativo condotto da Linea Selvatica all'interno della Comunità Ministeriale con annesso Centro Diurno Polifunzionale di Catanzaro, diretta da Massimo Martelli. Articolato in otto appuntamenti, dal 3 giugno al 29 luglio, ha coinvolto ragazzi tra i 16 e i 22 anni, impegnati in un programma formativo e di reinserimento, trasformando il riciclo e il riuso in strumenti di riflessione sul cambiamento personale.
Il viaggio è iniziato dalla scoperta degli alberi e del loro ruolo negli ecosistemi, proseguendo con un'escursione nella Riserva naturale regionale Valli Cupe e con attività laboratoriali dedicate all'economia circolare.
A raccontare il significato di questo percorso è Michela Valentino, esperta naturalista, presidente dell'associazione Linea Selvatica.
Come nasce il progetto "R3 – Riduco, Riuso, Riciclo" e quale obiettivo vi eravate posti?
«Abbiamo puntato sull'educazione ambientale come strumento educativo più ampio. Non ci siamo limitati a insegnare come differenziare i rifiuti o riutilizzare alcuni materiali, ma abbiamo accompagnato i ragazzi in una riflessione sul valore delle risorse, sul cambiamento e sulle seconde possibilità. La natura offre continuamente esempi di trasformazione e volevamo che diventasse una chiave di lettura anche per il percorso umano di ciascuno».
Perché avete scelto di partire proprio dagli alberi?
«Gli alberi rappresentano il focus del festival Alberincanti. Sono organismi che resistono, si adattano, rigenerano gli ambienti e continuano a crescere anche dopo eventi traumatici. Attraverso la visita nella Riserva delle Valli Cupe e le attività all'aperto, i ragazzi hanno potuto osservare concretamente questi processi, comprendendo che la resilienza non è un concetto astratto, ma qualcosa che la natura mette in pratica ogni giorno».
Quali attività hanno coinvolto maggiormente i partecipanti?
«Sicuramente i laboratori di riuso creativo. Trasformare una vecchia maglietta in una shopper, realizzare un orto sospeso o costruire strumenti musicali con materiali di recupero ha permesso ai ragazzi di sperimentare concretamente il significato dell'economia circolare. Materiali inizialmente considerati rifiuti hanno assunto un nuovo valore grazie alla creatività e al lavoro condiviso».
Uno dei momenti più originali è stato anche quello dedicato alle erbe spontanee. Perché?
«Ci ha permesso di ribaltare un’idea molto diffusa. Le cosiddette "erbacce" vengono spesso eliminate senza conoscerne il valore. In realtà sono specie straordinarie: attraverso la conoscenza delle loro caratteristiche ecologiche, alimentari e medicinali, i ragazzi hanno scoperto come proprio queste specie rappresentino uno degli esempi più efficaci di resilienza e rigenerazione offerti dalla natura. Sono un esempio perfetto di come ciò che appare marginale possa diventare una risorsa preziosa».
Quanto è importante il parallelismo tra il riuso dei materiali e il percorso di rinascita delle persone?
«È stato uno dei fili conduttori dell'intero progetto. Così come un oggetto può trovare una nuova funzione, anche le persone possono riscoprire capacità e possibilità che sembravano perdute. Non abbiamo mai voluto fare lezioni teoriche su questo tema: abbiamo preferito far emergere il messaggio attraverso le esperienze concrete e il contatto con la natura».
Che cosa vi augurate rimanga ai ragazzi al termine di questo percorso?
«Speriamo che portino con sé uno sguardo diverso. Non soltanto verso l'ambiente, ma anche verso sé stessi e gli altri. Vorremmo che imparassero a non fermarsi alle apparenze, a riconoscere il valore nascosto nelle cose e nelle persone e a comprendere che il cambiamento è sempre possibile. La natura insegna proprio questo: nulla è davvero uno scarto se gli si offre l'occasione di rinascere».