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04/03/2026 ore 06.15
Cultura

Il futuro ha un cuore antico, Caraffa omaggia la parlata arbëreshë in occasione della Giornata internazionale della lingua madre

La comunità del catanzarese ha ospitato un evento scandito dai racconti e dalle leggende della tradizione locale passando per le poesie e i canti popolari nell'antica lingua ereditata dalla Terra delle aquile

di Francesco Graziano

C’è un modo silenzioso ma inesorabile in cui le civiltà svaniscono: dimenticando il suono della propria voce. A Caraffa, però, il silenzio non ha trovato spazio. In occasione della Giornata Internazionale della Lingua Madre, la comunità si è stretta attorno alle proprie radici arbëreshë, trasformando il Museo di Civiltà Contadina in un fortino della memoria. Non una celebrazione statica di ciò che è stato, ma la semina consapevole di ciò che deve continuare a essere.

L’iniziativa, nata su forte impulso di Serena Notaro, presidente del consiglio comunale con delega alla cultura, ha trasformato una ricorrenza internazionale in un momento di riflessione attiva. Sotto l’egida del prestigioso progetto "FAI – Ponte tra culture", l'evento ha dimostrato che la tutela delle identità linguistiche minoritarie non è un esercizio per nostalgici, ma un dovere civile e un atto d’amore verso il futuro.

La grammatica degli affetti

Il Museo si è trasformato in un palcoscenico sensoriale e antropologico dove la lingua arbëreshë è tornata a farsi carne e suono, sottraendosi alla polvere dei libri per tornare a vibrare nell'aria. È stato un viaggio scandito dai racconti e dalle leggende della tradizione locale che hanno dato forma all'identità, passando per le poesie e i canti popolari che hanno segnato il ritmo dei secoli, fino a toccare le corde più intime delle ninne nanne tradizionali, custodi della memoria affettiva più profonda che lega indissolubilmente le generazioni.

Mantenere viva la parlata arbëreshë a Caraffa significa proteggere un ecosistema culturale unico. In un’epoca di globalizzazione frenetica, la memoria orale diventa un atto di presidio culturale: tramandare questi suoni è l’unico modo per garantire che i figli di questa terra non perdano il legame con la propria anima. La tradizione, in questo senso, non è cenere da adorare ma un fuoco da alimentare affinché non si disperda nell'omologazione del presente.

Un coro di identità

L’importanza del momento è stata sottolineata dalla presenza di figure di alto profilo istituzionale e culturale, tra cui Teresa Gualtieri, presidente Club per l'UNESCO di Catanzaro e presidente onoraria FICLU, e la delegazione FAI guidata da Gloria Samà e Claudio Carrollo, che hanno ribadito il valore universale di questa eredità. Il rigore scientifico degli esperti Albana Alia e Luigi Gregorio Comi si è intrecciato con l’esperienza educativa delle docenti Assunta Scerbo, Teresa Gualtieri e della vicepreside dell'Istituto "Sabatini", Angela Cristofaro, impegnate nel portare la cultura arbëreshë tra i banchi di scuola. A portare i saluti dell’amministrazione comunale e del sindaco Antonio Sciumbata è stato il vicesindaco di Caraffa Luigi Ciambrone.

Il momento più emozionante ha visto protagonisti proprio gli studenti del plesso di Caraffa: nei loro costumi tipici, accanto a Cosimo De Santo e Maria Arcuri, hanno incarnato il passaggio del testimone. Grazie alla preziosa collaborazione della Pro-Loco e dell’associazione culturale "Rrenjet Arbereshe", la giornata ha ricordato a tutti che finché ci sarà una voce pronta a narrare e un cuore pronto ad ascoltare, nessuna radice andrà perduta. Perché la memoria non è un peso da trascinare, ma la linfa che permette di volare senza mai smarrire la strada di casa.