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03/04/2026 ore 18.28
Cultura

Il nostro venerdì santo di passione e liberazione

«Questa ricorrenza ci parla dell’inenarrabile fatica umana che ogni uomo, su questa terra, è costretto a compiere e a sopportare lungo il cammino della vita. E degli intralci che incontra lungo la strada verso l’aspirazione naturale di ciascuno»

di Franco Cimino*

Venerdì Santo. Si rinnova anche oggi il rito della Settimana Santa. I riti, più che le stesse liturgie, sono assai importanti per le religioni. Rafforzano non soltanto le parti fondamentali dell’impalcatura di un determinato credo, ma anche la fede verso quella credenza popolare. La religione cattolica affida molta della sua forza alla ritualità che, nelle culture popolari, diventa anche tradizione. Fede e sentimento insieme, per rafforzare il legame non soltanto verso la Chiesa, ma anche tra gli stessi fedeli. Io, cattolico da sempre e praticante, con tutte le contraddizioni che la fede cattolica consente, ho sempre avuto un legame particolare con il Venerdì Santo. Un legame così forte da portarmi oggi a pensare che questa ricorrenza sia la più importante tra tutte quelle che la Chiesa cattolica ha posto in calendario.

Il significato che essa ha lo considero più utile e consistente rispetto alle altre ricorrenze. Il Venerdì Santo lo sento più forte della notte del 24 dicembre. Più umanamente divino dello stesso giorno di Pasqua. Natività e Risurrezione, forse per il grande mistero che racchiudono — mistero impenetrabile per qualsiasi intelligenza umana, anche la più elevata, e per la stessa forza delle elaborazioni teologiche — ci parlano soprattutto di speranza. E ci infondono quell’ottimismo che ci consente di affrontare la vita con tutte le sue pene, fatiche e affanni, dolori e miserie. Ma il Venerdì di Passione ci parla dell’inenarrabile fatica umana che ogni uomo, su questa terra, è costretto a compiere e a sopportare lungo il cammino della vita. E degli intralci che incontra lungo la strada verso l’aspirazione naturale di ciascuno: la felicità. Una felicità che si cerca, nonostante la vita stessa appaia, almeno in superficie, come uno spazio in cui questa magnifica condizione non sia davvero possibile.

Così, i “venerdì” della passione quotidiana vengono alleggeriti dalla Risurrezione, intesa anche come possibilità che la felicità sia conquista di un altrove che ci spetta, quasi come premio per la sofferenza sopportata. Per questo il Venerdì Santo lo sentiamo più umano. E quel Gesù che subisce le offese più gravi, i tradimenti più pesanti, le ingiustizie più insopportabili, la condanna più assurda, l’umiliazione più crudele, il dolore più inconcepibile, le ferite fisiche più atroci e la morte più orrenda — sia egli un uomo della rivoluzione più pacifica o il Figlio di Dio, come noi sentiamo e io profondamente sento — è vicinissimo al sentire umano. Gesù, nel Venerdì di Passione, ci somiglia davvero. È nostro fratello. Fratello gemello. Fratello vicinissimo a noi. Gesù siamo noi, tutti noi, in ogni giorno della sofferenza. In ogni momento in cui siamo stati traditi, ingannati, umiliati, offesi, abbandonati, respinti. Spogliati di tutto. Frustati. Incoronati di spine.

Anche quando le nostre sofferenze non sono come le Sue, ma di altro tipo, esse gravano sulle nostre spalle — sempre più deboli — come quella croce. Una croce che quotidianamente pesa sulle spalle dei derelitti, dei reietti, degli abbandonati, dei senza potere, schiavizzati dal potere. Più pesante perché raramente trovano un Cireneo che la porti al loro posto, anche solo per un tratto. Non per farli riposare( le carni sono già troppo ferite), ma almeno per permettere loro di respirare, di alzare gli occhi al cielo e riscoprire che il cielo esiste ancora sopra una terra che frana sotto i piedi. Questo Venerdì Santo vedrà, come sempre, la domenica di Pasqua, con il suono festoso delle campane che annunciano che Gesù, ancora una volta, secondo la tradizione che rinnova i Vangeli, è risorto. Ma come possiamo noi cristiani sentire davvero la Pasqua quest’anno, se centinaia di persone muoiono ogni giorno, non solo in Ucraina, in Libano, in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza, ma in tante altre regioni del mondo afflitte da guerre da decenni?

Guerre nascoste ai nostri occhi, perché quelle regioni sono talmente povere e prive di interesse per chi detiene il potere economico da non fare neppure notizia. Come possiamo festeggiare la domenica che viene, quando, proprio in questi giorni, centinaia di migliaia di profughi sono in cammino dal Libano per trovare un rifugio qualsiasi che li accolga, costretti a lasciare le proprie case, il proprio paese continuamente bombardato? È così costretto da uno Stato potente il cui popolo ha conosciuto, ottant’anni fa, uno sterminio orrendo, decretato dalla furia nazifascista: un genocidio che mirava a cancellare dalla faccia della terra un popolo, una storia, una religione, una cultura, un pezzo del cuore dell’umanità. Come possiamo festeggiare la nostra Pasqua se, nei campi profughi dove da decenni vivono milioni di palestinesi, viene loro negata non solo una patria, uno Stato libero e indipendente, ma anche la possibilità di una vita dignitosa? Campi infernali, dove le tende sono bucate dalle piogge o consumate dal sole, e dove i bambini non giocano, non studiano, non sperano. Bambini che non sono mai stati davvero bambini. Giovani che non sono mai stati davvero giovani. E che invecchiano prima ancora di vivere. E come possiamo, in questo Venerdì, seguire le statue del Cristo morto e della Madre Addolorata, se non sentiamo il dolore di quei poveri cristi che anche ieri — sì, proprio ieri — sono morti in mare, davanti ai nostri occhi?

Quel mare che credevamo luogo di pace e di incontro, diventato invece tomba per chi fugge nel tormento e nell’angoscia, alla ricerca di un approdo che offra non solo pace, ma anche la possibilità di un futuro degno. Un futuro come quello che desideriamo per i nostri figli, ma che è negato ai figli di questi poveri cristi. Oggi, questo nostro Venerdì Santo sia giorno di condivisione di questa sofferenza. Di riconoscimento del nostro Gesù in tutti quegli uomini e in tutti quei bambini. Di riconoscimento di Maria, la madre di Gesù, nelle madri a cui sono stati strappati i loro bambini dalle braccia. Il nostro Venerdì Santo sia quello del prendere, anche solo idealmente, come Simone di Cirene, la croce di questi cristi. Non solo per alleggerirne il peso. Non solo per guardarli negli occhi. Non solo per asciugare il loro volto. Ma per fermare quella salita al Golgota. Prendere quei due legni incrociati e farne strumento di giustizia contro i nemici dei poveri. E liberarli, qui e ora, sulla terra, come voleva Gesù e come ci chiede con il suo immenso dolore e il suo sacrificio. Liberare tutti gli uomini: questo è ciò che Gesù ci chiede. Liberarli dalle guerre, dall’egoismo, dall’odio che le guerre generano. Liberarli da ogni forma di violenza, soprattutto da quella che produce asservimento e schiavitù.

*già consigliere comunale di Catanzaro