Sezioni
02/05/2026 ore 16.21
Cultura

Sense, il gran finale al Mabos nella Sila Catanzarese con l'inaugurazione di Spazio Otto e la proiezione di un docufilm su Giacomelli

Domenica 3 maggio, il festival della Sila Autentica sarà suggellato dall’apertura di un centro di documentazione multimediale, dove sarà proiettato “I sonagli verso i confini”, scritto da Elisabetta Longo e dedicato al grande fotografo marchigiano

di Francesco Graziano

A suggellare l’ottava edizione di SENSE – Festival della Sila Autentica, il progetto culturale ideato e promosso dal MABOS - Museo d’Arte del Bosco della Sila, che sin dal primo weekend di aprile sta richiamando centinaia di visitatori tra spettacoli, laboratori, esperienze immersive e convegni, sarà un appuntamento dedicato alla figura di Mario Giacomelli.

Nel luogo che dal 2023 ospita la mostra permanente Camera oscura – una raccolta di 25 fotografie di Giacomelli ispirate ai versi del poeta Franco Costabile – domenica 3 maggio verrà inaugurato Spazio Otto, un centro di documentazione multimediale dedicato a fotografia, letteratura e memoria del territorio.

Spazio Otto nasce come ambiente di studio e ricerca, che raccoglie cataloghi d’arte di Mario Giacomelli, opere poetiche di Franco Costabile e saggi di autori calabresi come Saverio Strati e Corrado Alvaro, accanto a strumenti musicali della tradizione popolare, tra cui le chitarre battenti di Ettore Castagna.

All’interno del Festival SENSE – sostenuto in parte dalla Regione Calabria e realizzato grazie a una rete di collaborazioni con enti pubblici, associazioni e imprese locali – prende così vita un nuovo spazio culturale dinamico, capace di attivare connessioni e nuove letture tra passato e presente.

Nella stessa giornata di sabato 3 maggio, all’interno di Spazio Otto, sarà inoltre presentato I sonagli verso i confini, un docufilm prodotto dal Mabos tra il 2024 e il 2025 in collaborazione con l’Archivio Giacomelli, diretto da Katiuscia Biondi Giacomelli.

Diretto da Isabella Marino e scritto da Elisabetta Longo, il film – il cui titolo richiama un verso de Il canto dei nuovi emigranti di Franco Costabile – racconta il viaggio compiuto nel 1984 dal celebre fotografo marchigiano in Calabria, esplorandone non solo i risultati visivi, ma anche le profonde tensioni interiori e poetiche.

Per scoprire qualcosa in più abbiamo deciso di incontrare l'autrice del docufilm Elisabetta Longo per porle alcune domande.

- Nel docufilm I sonagli verso i confini avete scelto di ricostruire non solo il viaggio di Mario Giacomelli in Calabria del 1984, ma anche le sue tensioni interiori e poetiche: quanto è stato importante entrare nella sua dimensione più intima per raccontare davvero quel percorso?

«È stato fondamentale. In primo luogo, per rintracciare le motivazioni più profonde che oggi ci fanno parlare del suo viaggio in Calabria e della serie fotografica conseguentemente concepita come di un unicum nel suo percorso. Molto restìo agli spostamenti, Giacomelli si è recato per ben due volte in Calabria, trattenendosi più del consueto. Questo particolare accadimento ha coinciso con una crisi personale rispetto alla sua ricerca sul paesaggio marchigiano e con l’incontro folgorante con la poesia di Franco Costabile. Capire quali corde abbia smosso la poetica struggente dei nostri paesi desolati, di una storia caratterizzata da prevaricazione ed abbandono, di geografie umane che pure stavano modificandosi come nei dorsi delle sue amate visioni collinari, capire come tutto questo abbia inciso in quella specifica e delicata fase della sua vita e del suo percorso artistico, ci ha aiutati a illuminare meglio alcune zone d’ombra, a fare luce anche sulle scelte, sia stilistiche che tematiche»

- Lei ha parlato di un “viaggio a ritroso” dalla Calabria fino a Senigallia, tra archivi, testimonianze e memorie private: qual è stata la scoperta più sorprendente o più emozionante emersa durante questa ricerca su Giacomelli?

«Sicuramente il momento più emozionante è stata l’analisi di tutto il corpus della serie calabrese presente in archivio, un migliaio di pezzi tra fotografie selezionate, scartate, provini, duplicati. Sfogliare una ad una quelle immagini e, all’improvviso, vedere apparire un’annotazione di Giacomelli, sul retro di una foto, destinata quasi certamente all’editore che avrebbe dovuto poi lavorare al libro fotografico pubblicato solo 4 anni dopo, nel 1989, edito da Jaka Book. Questa l’emozione più grande. In quelle poche note, nel tracciato di quella grafìa, abbiamo rintracciato il senso della serie, il focus su alcuni versi de “Il canto dei nuovi emigranti” di Franco Costabile, la sintesi della sua particolare forma di parafrasi per immagini».

- Il titolo del docufilm nasce da un verso di Franco Costabile e richiama il tema del confine, dell’emigrazione e della diaspora: in che modo questi elementi, così attuali ancora oggi, dialogano con le immagini e il pensiero di Giacomelli?

«Nelle fotografie della sere “Il canto dei nuovi emigranti”, temi come quelli del confine geografico, della diaspora, della migrazione emergono visivamente negli spazi e nelle ombre che intercorrono tra chi è rimasto e chi, andandosene, varcando certi confini, ha prodotto un vuoto. Esattamente al centro, come elemento spesso focale sebbene fuori fuoco, tutta la tensione emotiva (molto manifesta) di una precisa generazione, di una specifica civiltà che è in procinto di disgregarsi e scomparire».

- La voce di Pierpaolo Capovilla e la colonna sonora di Yosonu contribuiscono a trasformare il racconto in una riflessione contemporanea: quanto è stato importante costruire questo equilibrio tra memoria storica, linguaggio poetico e sensibilità artistica contemporanea?

«La voce e il grande carisma di Pierpaolo Capovilla, le sonorità elettroniche e fortemente contemporanee di Yosonu hanno certamente contribuito ad attualizzare la narrazione e le tematiche del nostro prodotto finale, non cedendo né alla retorica né all’autocommiserazione malinconica, che sono strategie e sentimenti che ci trascinano sempre indietro. Il docufilm, in virtù della fotografia di Giacomelli e della poesia di Costabile, affronta temi che riguardano la nostra identità e che non hanno quindi una precisa connotazione temporale perché sono cristallizzati nel nostro corredo genetico e viaggiano con noi, di generazione in generazione. Era fondamentale dunque non far sembrare la nostra ricerca un’esclusiva ricostruzione storica dei fatti, ma offrire, attraverso ogni tipologia di linguaggio e di mezzo utilizzato, una coerenza col tempo dello spettatore».

- Il docufilm viene presentato all’interno di Spazio Otto, il nuovo centro di documentazione del MABOS: quanto è significativo che un progetto come I sonagli verso i confini trovi casa proprio qui, in un luogo immerso nel bosco della Sila dove fotografia, letteratura e memoria territoriale possono dialogare in modo permanente?

«Posso dire intanto, avendo assistito alla genesi del progetto complessivo, che prima è nata l’idea del docufilm e poi di uno spazio che potesse contenerlo. Il centro di documentazione è stato infatti concepito come spina della mostra permanente di Giacomelli al Mabos, con la chiara intenzione di valorizzare il piccolo ma significativo nucleo fotografico presente a di offrire un’opportunità di approfondimento su Mario Giacomelli e Franco Costabile. Il docufilm è il primo di una serie di strumenti di erlazione, studio, consapevolezza, approfondimento non solo di questi due grandi personaggi del Novecento italiano, ma di tutto il nostro territorio, che dal filtro delle loro ed altre sensibilità è passato».