Sezioni
17/03/2026 ore 13.51
Cultura

Torna a Catanzaro Matteo Belli, sul palco del Teatro Comunale con “Solità”: tra teatro, formazione e applausi

Lo spettacolo definito dallo stesso autore un “cabaret spirituale”, è un monologo che va oltre la dimensione tradizionale del racconto individuale. Una vera e propria costellazione di personaggi

di Redazione

Un incontro nato quasi per caso nel 2012 e trasformato, negli anni, in un rapporto artistico e umano che continua a rinnovarsi. È quello tra Teatro Incanto e Matteo Belli, attore, autore, regista e insegnante tra le voci più originali del teatro contemporaneo. Fu allora che l’associazione diretta e fondata da Francesco Passafaro entrò in contatto con l’artista bolognese per coinvolgerlo come docente di tecnica vocale.

Da quel primo confronto è nata una collaborazione che ha riportato più volte Belli a Catanzaro, permettendo al pubblico cittadino di conoscere da vicino uno degli interpreti più intensi della scena teatrale italiana. Nel tempo l’attore è tornato in città sia per condurre laboratori di formazione sia per portare in scena i suoi spettacoli all’interno delle programmazioni del Teatro Incanto.

Molti spettatori lo ricordano per il lavoro dedicato a Walter Chiari, presentato al Parco dei Principi e all’Auditorium, ma anche per “Ora X: L’Inferno di Dante”, portato sul palco del Cinema Teatro Comunale. Ed è proprio al Comunale che Matteo Belli è tornato domenica sera con “Solità”, spettacolo inserito nella rassegna “Domeniche d’Incanto”, dopo alcuni giorni di laboratorio con i giovani appassionati di teatro della città. Un appuntamento che ha confermato la cifra di un artista capace di unire ricerca teatrale, qualità interpretativa e una forte attenzione alla dimensione formativa.

“Solità”, che lo stesso Belli definisce un “cabaret spirituale”, è un monologo che va oltre la dimensione tradizionale del racconto individuale. Pur essendo solo in scena, l’attore costruisce una vera e propria costellazione di personaggi e voci interiori, intrecciando ironia e riflessione attorno al tema della solitudine e del rapporto con gli altri. Il titolo stesso – un termine inventato – nasce da questa tensione continua tra l’essere soli e il bisogno di relazione.

La narrazione prende avvio da una riflessione volutamente paradossale, quella della “solità” dello spermatozoo che riesce a fecondare l’ovulo, per poi allargarsi a immagini e riferimenti sempre più ampi, fino ad arrivare a figure simboliche della letteratura come Amleto, che Belli interpreta in lingua originale con grande intensità. Su un palco completamente spoglio e privo di supporti scenici, l’attore costruisce un universo teatrale affidato quasi esclusivamente alla voce, al ritmo e al movimento.

Con pochi gesti e cambi di postura riesce a moltiplicarsi davanti agli spettatori, passando da una personalità all’altra con naturalezza e precisione. A rendere ancora più evidente la qualità della sua interpretazione è stata anche la scelta di rinunciare del tutto ai microfoni: una decisione che ha messo in luce la potenza e il controllo della sua voce, capace di arrivare senza amplificazione fino ai palchetti del Teatro Comunale. Il pubblico ha seguito lo spettacolo con grande attenzione, lasciandosi coinvolgere dalla capacità narrativa dell’attore e dalla profondità delle sue riflessioni.

Per chi lo vedeva per la prima volta è stata la scoperta di un interprete di grande talento; per chi lo conosceva già, la conferma di un artista indipendente che negli anni ha costruito una ricerca teatrale personale e coerente. Nel corso della serata lo stesso Belli ha raccontato come l’idea dello spettacolo sia nata nei primi mesi della pandemia da Covid, un momento che ha inevitabilmente influenzato il tono più malinconico e riflessivo del testo rispetto ad altri suoi lavori.

«È una grande festa perché voi siete la testimonianza che è ancora possibile, per tutti noi, continuare a incontrarci tra esseri umani e a condividere qualcosa di così delicato e prezioso come il teatro – ha detto Matteo Belli al termine dello spettacolo –. Non è facile oggi, in un tempo dominato da tanti strumenti tecnologici, ma ovunque ci sia una persona che racconta qualcosa a qualcun altro, lì può nascere il teatro. Il teatro è questo: un atto d’amore, il desiderio di fare qualcosa per qualcuno».

«Per questo voglio ringraziare Francesco Passafaro e tutta la grande famiglia del Teatro Incanto per questo dono e per avermi richiamato qui ancora una volta. È sempre un piacere tornare in questa città e condividere con voi questo momento», ha concluso. Alla fine della serata gli applausi sono stati lunghi e calorosi, a conferma del legame ormai consolidato tra l’artista e il pubblico catanzarese. Un rapporto che il Teatro Incanto continua a coltivare con convinzione, nella consapevolezza che i luoghi della cultura vivono soprattutto grazie alla partecipazione delle persone.

«I cinema – e i teatri – si salvano quando sono aperti, quando sono pieni di persone, quando la gente entra dalla porta, compra un biglietto o sceglie di fare un abbonamento», sottolinea Francesco Passafaro. «Sono luoghi che vivono delle proprie forze, della programmazione che costruiscono, dei film e degli spettacoli che portano in scena e soprattutto del pubblico che decide di esserci. È per questo che continuiamo a lavorare perché il Teatro Comunale resti un punto di riferimento vivo per la città».