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05/10/2026 ore 12.49
Eventi

Davide Dormino al Mabos con “Sovvertito”, la scultura che ribalta il concetto di potere

Dall’8 all’11 ottobre il Museo d’Arte del Bosco della Sila ospita la residenza d’artista “Come un alberto a ciel sereno”, che chiude la nona edizione di Sense

di Francesco Graziano

Quando il potere cade, la forza si incrina e ciò che sembrava immutabile si rovescia nel suo contrario. È da questo capovolgimento che prende forma “Come un albero a ciel sereno”, la residenza d’artista con cui il MABOS – Museo d’Arte del Bosco della Sila chiude la nona edizione di Sense, il progetto culturale che da anni mette in relazione arte, natura, territorio e partecipazione nel cuore della Sila Piccola catanzarese. Al centro della residenza, in programma dall’8 all’11 ottobre, ci sarà Davide Dormino, scultore e artista visivo, autore di opere di arte pubblica in Italia e all’estero e docente di Scultura e Disegno alla RUFA – Rome University of Fine Arts. Al MABOS Dormino realizzerà “Sovvertito”, un’opera monumentale concepita per misurarsi con il paesaggio e instaurare un dialogo diretto con il bosco, con la sua materia e con la verticalità degli alberi che circondano il museo.

Abbiamo incontrato Dormino per saperne di più.

Sovvertito” nasce attorno all’idea di catastrofe come ribaltamento, come cambiamento radicale di una prospettiva. Da dove nasce questa riflessione e che cosa vuole mettere in discussione attraverso la sua opera?

La catastrofe è qualcosa che cambia la direzione delle cose.
Sovvertito nasce dall’idea di prendere qualcosa che siamo abituati a considerare stabile, forte, verticale, e metterlo in una condizione completamente diversa.
In fondo, quando cambi il punto di vista, anche una cosa che conosci bene può diventare improvvisamente diversa. È questo che vorrei accadesse con Sovvertito: creare una piccola interruzione nel modo in cui guardiamo.
Credo che l’arte debba fare questo mettere in crisi un’abitudine dello sguardo.
In questo senso l’opera parla anche del nostro presente. Di un’epoca nella quale le forme del potere — politico, economico, tecnologico, militare — sembrano esercitare una forza sempre più incontrollata, capace di modificare radicalmente il paesaggio umano e naturale. Ma proprio questa accelerazione porta con sé una domanda: cosa accade al potere quando la sua stessa forza ne rivela la fragilità?

Il suo percorso artistico è fortemente legato alla scultura e allo spazio pubblico, con opere che spesso instaurano un confronto diretto con la realtà e con chi le osserva. Quanto è cambiato il suo modo di intendere la scultura dagli inizi della sua carriera a oggi?

È cambiato molto, anche se alcune domande sono rimaste le stesse.
All’inizio ero molto concentrato sulla materia e sulla forma. Oggi mi interessa sempre la materia, ma penso molto di più a quello che succede intorno all’opera.
La scultura non è soltanto l’oggetto che costruisco. L’opera è il dispositivo, il campo d’azione.
Lavorare nello spazio pubblico mi ha insegnato soprattutto questo: quando metti una scultura fuori, è sempre un atto politico, non puoi controllare tutto quello che le accade. Le persone la attraversano, la ignorano, la usano, la interpretano. E questo fa parte dell’opera.
Forse oggi mi interessa meno controllare il significato e molto di più creare le condizioni perché possa accadere qualcosa.
 

Lei ha portato le sue opere in contesti e luoghi molto diversi, confrontandosi con pubblici e territori differenti. Che cosa ha imparato, lungo questo percorso, dal rapporto tra un’opera e il luogo che la accoglie?

Ho imparato l’ascolto dei luoghi, la sua storia, le persone, la memoria, il paesaggio, anche i conflitti e sopratutto le contraddizioni. Non credo molto nelle opere semplicemente “installate” in un posto. Mi interessa quando il luogo riesce a modificare l’opera e l’opera, a sua volta, riesce a modificare anche solo per un momento lo sguardo sul luogo. E forse è proprio questo che ho imparato: che non sei tu a decidere completamente cosa deve essere un’opera. Una parte del lavoro la fanno il tempo, il luogo e le persone che la incontrano.

Al MABOS si troverà a lavorare dentro un bosco, quindi in un ambiente vivo, in continua trasformazione. Come si costruisce un dialogo tra una materia immobile come la scultura e una natura che, invece, cambia continuamente?

Accettando innanzitutto che la scultura non sarà mai veramente immobile. Il legno, soprattutto, porta con sé una vita precedente e continuerà a cambiare anche dopo che l’opera sarà finita. Poi ci sono la luce, la pioggia, le stagioni, il muschio, gli alberi che crescono. In un bosco non puoi pensare di avere l’ultima parola. Ed è proprio questo che mi interessa del MABOS. La scultura entra in un luogo che non ha bisogno di lei per esistere. Non deve dominare il paesaggio, deve trovare una relazione con esso. Il tempo della natura è molto più lungo del nostro. L’opera, a un certo punto, deve accettare di essere parte di quel tempo.

Guardando al suo percorso, quali sono stati gli incontri, le esperienze o i momenti che hanno rappresentato un vero “sovvertimento” nella sua ricerca artistica e che hanno cambiato il suo modo di guardare alla scultura?

Più che un singolo momento, penso che siano stati gli incontri con luoghi e persone a cambiare progressivamente il mio modo di lavorare. Ogni volta che ho portato una scultura fuori dal contesto nel quale era stata pensata, ho dovuto fare i conti con qualcosa che non potevo prevedere. È lì che ho capito che la scultura non è soltanto una forma da costruire, ma una relazione da mettere in movimento. Anche il rapporto con lo spazio pubblico ha rappresentato un grande cambiamento. Quando un’opera entra nella vita quotidiana perde quella distanza protetta che può avere in un museo. Può essere amata, rifiutata, fraintesa, ignorata. Ma in ogni caso entra in relazione con qualcuno. Forse il vero sovvertimento è stato proprio questo: capire che non devo avere il controllo completo dell’opera. Da quel momento ho iniziato a considerare l’imprevisto non come un problema, ma come una parte del lavoro.