«Solidale con Tallini: difendere i diritti dell’uomo prescinde da ogni appartenenza ideologica»
L’ex presidente del PD lametino commenta lo sfogo dell’ex presidente del consiglio regionale da sempre baluardo di centrodestra
Riceviamo e pubblichiamo*
La giustizia deve accertare le responsabilità, ma anche interrogarsi sulle conseguenze umane di una custodia cautelare ingiusta o di una giustizia troppo lenta.
Lo sfogo di Domenico Tallini, dopo che la Corte d’Appello di Catanzaro ha riconosciuto la sua ingiusta detenzione, merita attenzione.
Non entro nel merito degli atti giudiziari. Mi interessa la dimensione umana della vicenda. Tallini appartiene a una parte politica lontana dalla mia e oggi, dopo la sua adesione a Futuro Nazionale, lo è ancora di più. Ma i diritti non possono dipendere dalle appartenenze. Difendere una persona non significa condividerne le idee, significa riconoscerne la dignità.
Essere arrestati, esposti pubblicamente come colpevoli e vedere il proprio nome associato per mesi ad accuse gravissime lascia ferite che nessuna sentenza e nessun indennizzo possono cancellare del tutto. Nel suo caso, la riparazione riconosciuta sarebbe di circa 19 mila euro. Ma può davvero una somma di denaro compensare la libertà perduta, l’immagine compromessa, i rapporti incrinati e le conseguenze familiari e professionali?
I dati ufficiali dimostrano che non stiamo parlando di un fenomeno trascurabile. Secondo la Relazione al Parlamento relativa al 2024, le Corti d’Appello italiane hanno definito 1.293 procedimenti per la riparazione dell’ingiusta detenzione. Il 45,6% si è concluso con un accoglimento e il 49,7% con un rigetto. Nello stesso anno sono state emesse 552 ordinanze di pagamento, per un ammontare complessivo di circa 26,9 milioni di euro.
Il dato che riguarda la Calabria è ancora più significativo. Il distretto di Catanzaro ha registrato 117 provvedimenti di accoglimento, il numero più alto d’Italia, mentre quello di Reggio Calabria ne ha registrati 62. Sono numeri che non possono essere trasformati automaticamente in accuse contro singoli magistrati, ma che impongono alle istituzioni una riflessione seria. Dietro ogni procedimento non c’è soltanto una pratica giudiziaria, ma una persona con la propria vita, la propria famiglia e la propria reputazione.
Quando arriva un arresto, la notizia occupa le prime pagine. Quando arriva una decisione favorevole, spesso passa quasi inosservata. Il clamore dell’accusa resta, mentre la conclusione viene dimenticata.
Un mio collaboratore, mentre scrivevo questo articolo, mi ha chiesto se non temessi di espormi e di attirare la vendetta di qualche magistrato. A colpirmi è stata soprattutto la parola usata, “vendetta”, perché rivela una percezione di paura che non dovrebbe esistere. La giustizia deve suscitare rispetto e fiducia, mai timore. Difendere l’indipendenza della magistratura non significa considerarla infallibile e criticarne gli errori non significa delegittimarla.
Non si possono attribuire automaticamente responsabilità ai magistrati ogni volta che un procedimento si conclude a favore dell’imputato. Lo stesso riconoscimento della riparazione per ingiusta detenzione non comporta necessariamente l’esistenza di una responsabilità disciplinare. Ma quando una persona viene ingiustamente privata della propria libertà, lo Stato non dovrebbe limitarsi a pagare un indennizzo. Dovrebbe interrogarsi sulle cause, sulle eventuali responsabilità e su come impedire che accada di nuovo.
Serve una riforma seria ed equilibrata, capace di tutelare insieme l’autonomia della magistratura, i diritti degli imputati, la dignità delle vittime e la libertà dei cittadini.
Il problema non riguarda soltanto l’ambito penale. Anche nel processo civile una causa che si trascina per anni, spesso per la carenza di personale togato e nonsolo e di risorse nei tribunali, può compromettere diritti, famiglie e attività economiche. La ragionevole durata del processo non è una concessione dello Stato, ma un diritto riconosciuto dalla nostra Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Esprimo quindi la mia solidarietà umana a Domenico Tallini e a tutte le persone che hanno vissuto un’esperienza simile. Prima delle appartenenze politiche vengono la persona, la sua dignità e la sua libertà.
*Francesco Grandinetti già presidente PD Lamezia Terme area L.a.m.e.t.i.a. enonsolo