Ciannameo e la prima serie A: l’attaccante di Paola che ha giurato amore eterno al Catanzaro. Sacrifici, aneddoti e quella maglietta...
Per il nostro Network LaC Alfredo, uno dei protagonisti del successo promozione al S. Paolo contro il Bari, ha tolto dalla teca ed indossato la mitica casacca giallorossa numero 11.
Tempo di play-off a Catanzaro, quelli della Serie A. La gara d’andata è finita male col doppio vantaggio del Monza. Comunque vada sarà stato un successo per il calcio giallorosso tornato ai livelli che gli competono.
E per celebrare degnamente questo ciclo di partite finali che già hanno proiettato la squadra e l’immagine della città in circa 150 nazioni di tutto il mondo abbiamo interpellato uno dei calciatori calabresi che la serie A l’hanno portata per la prima volta in regione: Alfredo Ciannameo, classe 44, nato e residente tuttora a Paola (Cosenza) ha giocato gli storici spareggi col suo numero undici in particolare quello vittorioso di Napoli contro il Bari, con gol di Mammì.
Ciannameo è passata una vita dal 1971 al 2026, che sensazioni prova una vecchia aquila gloriosa come te?
«Intanto ti regalo una chicca – dice esponendosi all’intervista da remoto con una brillante maglietta vintage da calcio – in questo momento ho una grande e bellissima sensazione perché ho deciso di indossare per la prima volta la maglietta originale di quel giorno, il 27 giugno del 71».
Ma davvero è quella che hai indossato in campo?
«Certo, ho avuto tante persone che me l’hanno chiesta ma non l'ho mai venduta. Non esiste, la gente non riesce a capire che nella vita alcune cose non hanno prezzo».
Dunque, domenica non è andata bene. L’hai vista la partita?
«Al di là dei 2 gol, nati da episodi, il Monza ha dimostrato qualità, organizzazione e grande solidità. Ma il Catanzaro non ha sfigurato: ha messo intensità e carattere, anche se è mancato il solito contributo di Pietro Iemmello, punto di riferimento tecnico ed emotivo della squadra. Ora serve continuare con concentrazione, convinzione e determinazione, perché il Monza è forte, ma il Catanzaro ha tutte le qualità per giocarsela fino alla fine. Nel calcio nulla è impossibile quando una squadra ci crede davvero. Comunque bravi tutti per l’impegno e l’orgoglio mostrato in campo».
Torniamo al S.Paolo, oggi Maradona. Io so che ci sono tanti aneddoti che ti riguardano, relativi a quella partita in particolare.
«Io quello che ricordo bene, e dico sempre e spesso a tutti, è che fu una promozione importantissima, ma sotto il profilo di vita. Quando fummo comprati dal Catanzaro, insieme ad Angelo Mammì, che ricordo con tristezza insieme anche a Maurizio Gori mancato nei giorni scorsi, non fu facile perché gli sportivi di Catanzaro dicevano che con Bui e Vitale ci siamo salvati, ed erano due grandi giocatori, ma “Ccù Ciannameo e Mammì (testuale) duva cazzo avima è ij?” Quindi abbiamo avuto un ambientamento difficile, che io risolsi tranquillamente andando a frequentare i muratori, il barbiere, gente umile, che ci diede una grande forza e questa grande forza sia io e Angelo l'abbiamo assorbita e regalata al Catanzaro, insieme ad altri noi una squadra che dovevamo retrocedere. Dicevi di aneddoti? Beh, forse la gente non sa che io per venire a Catanzaro mi sono decurtato di 100 mila lire al mese lo stipendio perché l'avvocato Ceravolo così mi chiese. Ho detto a mia moglie, torniamo in Calabria e basta, e sono stati soldi mancati ma benedetti, è stata un'occasione che mi ha fatto diventare vivo nella vita. Perchè al Catanzaro ho dato poco in definitiva, mentre il Catanzaro mi ha dato tantissimo.
Alfredo Ciannameo esordì in serie A nel 1963, giocando nella Spal e segnando pure quel giorno a Ferrara il gol vittoria contro la Sampdoria.
«Non avevo ancora 18 anni ed è stata una cosa eccezionale. Io non avevo né televisione né scuola calcio; ma poi sono stato pure il primo calabrese a indossare una maglia della Nazionale. E non dimentico che di aver vinto anche dopo, un premio di pittura fra gli allenatori (Ciannameo dipinge, come sua figlia Erika, nata proprio sui Tre Colli ndr).»
Tempi in cui c’erano pochi soldi e nemmeno l’ombra dell’organizzazione maniacale di oggi.
«Si, si, l’unità fra noi è stata l’arma decisiva. Io, Mammì, Gori, Franzon, i portieri Pozzani e Bertoni e gli altri che non ricordo: tutta gente benedetta, tutta gente umile. Noi nella nostra umiltà facevamo forza e entravamo in campo con la forza di essere superiore a qualsiasi squadra. Questa è la realtà. Anche perché avevamo un pubblico favoloso e tutt'ora secondo me il pubblico di Catanzaro è il migliore d'Italia. Lo vedo leggendo i giornali, le iniziative e le coreografie, le masse che vengono ad aiutare la squadra in tutti gli stadi. Questa è una cosa bellissima. A altre parti non ci sono queste cose».
Torniamo agli aneddoti, qualcuno mi ha sussurrato che non sei sceso a Lamezia Terme come tutti gli altri.
«Si, intanto perchè il treno si è fermato a Paola. Io avevo lasciato la mia giovane (e compianta moglie Egidia) e giocammo proprio il 27, giorno del suo compleanno. Quando scendemmo avevo voglia di tornare a casa ma dal finestrino del treno ho visto che c'era un sacco di gente in stazione, tanti paolani, tanti amici e tutti tifosi del Catanzaro. Ma io mi sono intimidito così tanto davanti a tutta quella gente li per me che ...sono sceso dall'altra parte e me ne sono andato a piedi da un scorciatoia che conoscevo!!! Era bellissimo, lo so però i paolani si sono svegliati solo perché eravamo andati in Serie A. Non mi stava bene. Dovevano stare svegli pure prima, quando andavo a fare i sacrifici. Io ho accettato, ripeto, il Catanzaro, rifiutando una parte economica, perché finalmente andavo in Calabria».
Ma tu con questa mitica numero 11 non hai segnato molto
«Certo non ho reso molto perché mi sono spogliato delle mie qualità per seguire le indicazioni di mister Seghedoni. Lui invece che mandarmi in avanti mi mise a marcare gente come Facchetti e Jair dell’Inter. E così ho fatto questi sacrifici. Ebbe anche dei risultati, quando a Torino, contro la Juventus, perdevamo 1-0. Poi sono entrato io a marcare Haller, e per poco non l’abbiamo ribaltata».
Ti piacerebbe tornare al Militare, oggi Ceravolo?
«Mi fa sempre piacere rivedere quella zona. Io abitavo a 50 metri dallo stadio e andavo sempre da quel barbiere vicino. Andavo nella boutique dell'artista Minervini. Ho imparato ed ho insegnato a dipingere, mi ha dato molto la pittura.Sono diventato qualcuno anche nell'arte. Non ero né Pelè né Rivera e quindi vivevo con grande tranquillità nella pace della gente, senza paure di passeggiare. Se mi invitate allo stadio di Catanzaro però voglio i Distinti, proprio sopra gli spogliatoi, voglio rivedere e risentire il profumo di quei tempi»
Hai un rimpianto?
« Non aver potuto consigliare qualche ragazzo importante al Catanzaro. Purtroppo neanche le scuole di calcio funzionano. Se tu pensi che ancora esistono scuole di calcio che non hanno educatori abilitati, tu chiedi a un ragazzino di grande calcio e gli fai vedere le movenze. Ti dice subito in italiano di piatto. E' già bocciato, rubano i soldi. Si dice “interno piede”, un piatto serve per mangiare. In Calabria rubano ancora i soldi e non abbiamo ragazzi che possono fuoriuscire.Io sono uscito naturalmente senza scuola di calcio, ma oggi c'è bisogno di ragazzi importanti, costruiti bene, seriamente».
Alfredo è stato grande amico di Gigi Riva e lo è ancora – loro ospite a Milano – di Rivera e Mazzola.
Ma un gol col Catanzaro lo ricordi spero… «Si e se crediamo nel caso lo segnai proprio al Monza. Era il 23 maggio 71, quart’ultima giornata di campionato. Loro dovevano salvarsi ed io portai in vantaggio la squadra proprio nel nostro stadio. Ci pareggiò Emiliano Mondonico in zona cesarini. Arbitrava Michelotti. Poi loro, allenati da Radice, si salvarono e noi andammo in A. Mi spiace stavolta di non poter giocare e segnargli ancora! » E giù la gran risata di un calabrese vero, che non rinnega le proprie origini cosentine ma testimonia uno dei valori sempre più rari, la gratitudine e l’amore per la maglia giallorossa.