Giornalismo, Ciclismo e il Catanzaro: le tre passioni del caposervizi Francesco Ceniti
La sua firma è ormai di primo livello del panorama dello sport nazionale. Dal calcio giocato ai grandi eventi sportivi fino ai libri su Marco Pantani. I pronostici sui possibili protagonisti della Corsa rosa e la promessa di essere nella sua città per la prima tappa tutta italiana. E poi i giallorossi...
Tutto pronto (almeno si spera) per l’arrivo della Carovana rosa che dal prologo bulgaro si trasferisce nel Belpaese per la fase più autentica della 109a edizione. Si parte da Catanzaro, finalmente baciato dalla Corsa, con una tappa che dal capoluogo di regione porterà tutti a Cosenza.
Presentiamo questo evento chiamando in causa Francesco “Cillo” Ceniti, caposervizio della Gazzetta dello Sport, il giornale ufficiale del Giro.
Breve scheda personale
Nato a Roma alla vigilia del Natale 1969, è cresciuto a Catanzaro che considera la sua città, calabrese in tutto, malgrado gli occhi azzurri ed in gioventù un folto caschetto biondo. Ha giocato a calcio, dalla Santacroce alla Vigor Lamezia e poi per molti anni in Promozione con il Montepaone. Laureatosi in Lettere moderne eccolo realizzare il sogno di fare il giornalista, facendo gavetta tra gli studi Tv di Telespazio e la redazione del Quotidiano della Calabria; poi anche l’allora TMC e infine Rcs. Alla Gazzetta dello Sport entra nel 2003 e pian piano si guadagna la stima ed i galloni dei colleghi più esperti. Si occupa d’inchieste, reportage e arbitri; è inviato per i grandi eventi, Europei e Champions di calcio, Olimpiadi, Giro, Tour de France, Coppa del mondo di sci. La penna, pardon la tastiera, oramai è un’estensione del corpo e li scrive una quindicina di libri, tra cui con “Nel nome di Denis” che vince il Premio Coni; “Veloce come il vento” che gli guadagna il premio Geremia. Ha tre figli, Mattia, Andrea e Chiara, una moglie ed un motto: c’è sempre una storia da raccontare, basta cercarla. (Nella foto copertina Ceniti (frontale con gli occhiali alzati) è con il caporedattore Giorgio Specchia
Francesco, caposervizio per calcio e ciclismo: come ti sono nate queste passioni?
«Sono sempre stati i miei sport preferiti da spettatore e quelli che pratico da sempre da amatore. Il calcio è stato il mio primo contatto con i giornali, ma ci finivo da intervistato o nei tabellini delle mie partite che giocavo».
Editoria e giornalismo hanno avuto mutazioni rivoluzionarie: com’è organizzato oggi il giornale da sempre più vicino allo sport ed alle due ruote?
«Da quando sono entrato in via Solferino effettivamente sono cambiate tante cose. Il giornalismo è in continua evoluzione, oggi parliamo di “sistema Gazzetta”, il quotidiano rosa fa parte di questa filiera, ma senza il sito, i social, i canali tv, l’accademia, il digitale, non potrebbe reggere il passo. I nuovi colleghi che entrano nella famiglia della Gazzetta sono molto più integrati di noi “anziani” che abbiamo il giornale come stella polare. In un futuro non troppo lontano l’edizione cartacea credo sia destinata a diventare periferica, rispetto al resto. Ma quando accadrà spero di essere già in pensione».
Veniamo al Giro. Catanzaro prima sede dopo il prologo bulgaro: un bel colpo dopo anni di assenza. Per te una doppia soddisfazione.
«Sì, mi ha fatto molto piacere e sarò a Catanzaro il giorno della partenza, derogando per qualche ora al mio ruolo di coordinatore delle pagine dalla redazione. Da ragazzino mi ricordo un Giro che arrivò in Sila e passò dalla tangenziale. Andai con i miei amici ad aspettare la carovana con uno striscione inneggiante a Francesco Moser, il mio idolo di allora. E fu emozionate vederlo passare sotto di noi. Quel Giro lo vinse però Saronni…».Tu stesso vai in bici e se non sbaglio la tua famiglia ti segue...a ruota: perché il fascino della bici resta immutato nei decenni?
«Perché sarà sempre lo sport popolare, l’unico dove il campione del mondo ti passa sotto casa: puoi ammirarlo e applaudirlo senza pagare un euro. E poi la bici è sinonimo di libertà: pedalare regala emozioni uniche anche senza vincere nulla. Vai alla scoperta del mondo e di angolo nascosti, ascolti il tuo corpo mentre lotta contro la fatica di una salita. Con le bici elettriche questa possibilità è alla portata di tutti».
Le vicende agrodolci di Pantani ti hanno conquistato ed oggi i tuoi racconti sono punti fermi nella storiografia del pirata. Cosa ti rimane della sua epopea?
«Ogni volta che penso a Pantani mi esplodono nel cuore un mix di ricordi, emozioni e malinconia. Nessuno come il Pirata ha dato spettacolo negli ultimi 30 anni, oggi questo ruolo se l’è preso Pogacar, ma è sloveno e poi non ha quella aurea speciale che rendeva e renderà Marco unico per sempre. La sua morte a soli 34 anni e in circostanze molte strane lo ha reso immortale, come una rock star. E lo ha cristallizzato nei cuori dei suoi tifosi, come me. Su di lui ho scritto tre libri, l’ultimo è un romanzo: “Chiedimi chi era Pantani”. Un papà, avvocato di successo, che racconta dopo tanti anni la storia di Marco al figlio tredicenne e mentre lo fa si accorge che si sta perdendo un pezzo della sua vita e anche il rapporto con figlio è sul punto di andare in fuga».
Dulcis in fundo: terzo allenatore e terzo play off con la famiglia Noto catalizzatrice. Se è un sogno non svegliateci...
«Svegliateci, ma in Serie A. Io l’ho vista e spero la vedano i ragazzi di adesso. La famiglia Noto si merita questa soddisfazione, ma soprattutto se la meritano i tifosi: incredibile come l’amore per i colori giallorossi si sia tramandato da generazione in generazione, nonostante gli anni bui. Il Catanzaro ci unisce come nessun’altra cosa. È questo il vero miracolo italiano, non ripetibile».