Le tradizioni della Quaresima: la "Corijisima" e l’arte di custodire il tempo rivivono a Girifalco
Nella comunità del Catanzarese, e non solo, resiste un’antica tradizione: quella di realizzare una bambola di pezza che segna il tempo fino all’arrivo della Pasqua. Il giovane stilista Rocco Vitaliano ha deciso di difendere e valorizzare la preziosa usanza
In un’epoca che corre veloce verso una globalizzazione spesso uniformante, esiste un esercizio di resistenza silenziosa ma potentissimo: il ricordo. Il dialogo tra antico e moderno non è mai una sfida semplice; è una danza tra i libri impolverati delle biblioteche e la frenesia del digitale, dove il rischio di perdere le sfumature dei nostri territori è sempre dietro l'angolo. Eppure, proprio quando le tradizioni sembrano sbiadire, accade che la passione di chi resta — e di chi sceglie di guardare indietro per proiettarsi in avanti — riaccenda la luce su simboli dimenticati.
Un’eredità tra le dita: il caso di Girifalco
In Calabria, terra di contrasti e di radici profonde, la tradizione non è un reperto da museo, ma un organismo vivo. A Girifalco, questa continuità ha oggi il volto e la sensibilità di un giovane stilista, Rocco Vitaliano. Attraverso la lente contemporanea dei social media, Vitaliano non si limita a mostrare un oggetto, ma ne narra l'anima, sottraendo all'oblio un patrimonio storico che appartiene a tutti noi. Al centro di questo racconto c'è lei: la Corijisima.
La Corijisima: la sentinella della Quaresima
Ma chi è, esattamente, questa figura che popola i balconi dei borghi calabresi? La Corijisima è una bambola di pezza, un simulacro umile fatto di stoffe rattoppate e fattezze essenziali, con occhi e bocca cuciti con il filo, quasi a voler custodire un segreto o un silenzio meditativo. La sua comparsa segna un confine netto: appare nella notte in cui muore Re Carnevale, il Mercoledì delle Ceneri, per vegliare sugli ingressi delle case. La sua funzione è poetica e pratica al tempo stesso: scandire il tempo dell'attesa. La simbologia della Corijisima è un raffinato calendario arcaico. Sulla testa della bambola viene posta una patata (o un agrume). Nel frutto vengono conficcate sette penne di gallina. Sei penne sono nere, una è bianca. Ogni domenica di Quaresima, una penna viene sfilata, segnando l'avvicinamento progressivo alla Pasqua. L'ultima penna, quella bianca, cade nel giorno della Risurrezione, sciogliendo il rigore della Quaresima nella gioia della festa.
«La Corijisima è la figura che rappresenta la moglie di Re Carnevale – spiega Rocco Vitaliano – . Ormai vedova, essa scandisce il passare del tempo filando con il fuso e la conocchia. Viene appesa alle finestre e ai balconi delle case ogni Mercoledì delle Ceneri e reca sulla testa sette penne di gallina: sei nere e una bianca. Queste penne vengono estratte una alla volta per ogni domenica di Quaresima, lasciando per ultima quella bianca, da togliere il giorno di Pasqua. Si trattava di un vero e proprio calendario rurale tramandato dai nostri nonni. Nel momento in cui la Corijisima veniva esposta, iniziava il periodo di astinenza dalla carne, dalle feste e dai piaceri, osservando un digiuno e una penitenza rigorosi per commemorare i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto». Sebbene ogni paese abbia la propria variante - spesso interamente vestita di nero - a Girifalco viene realizzata con i colori dell'abito tradizionale.
«Per me si tratta di una passione che dura sin dall'infanzia – afferma il giovane stilista calabrese – . Tutto ebbe inizio quando, all'età di nove anni, una signora me ne regalò una. Da quel momento ho continuato a crearle personalmente, seguendo sempre l'impronta e lo stile di quel primo, prezioso dono».
Perché continuare a tramandare?
Custodire tradizioni come quella della Corijisima non significa restare ancorati al passato per nostalgia, ma mantenere un'identità precisa in un mondo che tende a cancellare le differenze. Ogni penna sfilata da quella bambola è un atto di consapevolezza, un modo per abitare il tempo anziché subirlo. È grazie a gesti come quelli compiuti a Girifalco che le nuove generazioni possono comprendere che l'innovazione più autentica è quella che sa dialogare con le proprie radici senza mai reciderle.